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ROLAND BARTHES, Il grado zero della scrittura.

Roland Barthes, Il grado zero della scrittura

Roland Barthes, Il grade zero della scrittura. Lerici editori 1960. Copertina. [grafica di Ilio Negri?]

Bar Barthes, di Marco Mondino

3: Lingua, stile, scrittura

«Il grado zero della scrittura, se si potesse spogliare dei suoi difetti, è insomma una
mitologia del linguaggio letterario»

Roland Barthes, E oggi?, introduzione a Il grado zero della
scrittura
, p. 18.

Gli anniversari sono una costante a cui la nostra cultura non sembra mai rinunciare, vuoi per moda, vuoi perché spesso si tratta di operazioni di marketing, quando ricorre un decennale, un ventennale o un cinquantesimo è sempre l’occasione per ripubblicare un libro, per fare una mostra o per tornare a parlare di un movimento. Restando nella nostra piccola dimensione del Bar Barthes e legandoci a questa pratica celebrativa, quest’anno festeggiamo da un lato il sessantesimo dalla pubblicazione del Grado Zero della Scrittura, dall’altro il quarantesimo del Piacere del Testo.

Del Grado Zero iniziamo a parlare in questo post ma visto che il tema è complesso e il libro come ricorda Greimas «contiene già tutto Barthes», ci torneremo a più riprese arricchendo questo sessantesimo anniversario di riflessioni e analisi.

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La complessità di questo testo sta nel fatto che si tratta del primo libro pubblicato da Roland Barthes ed è possibile dunque individuare elementi e un certo metodo che ritorneranno a più riprese nelle opere successive. Così da un lato si individua l’interesse per il campo letterario dall’altro quello per la scrittura, tema che Barthes affronta anche successivamente e sotto diversi punti di vista.

Formato da una serie di interventi pubblicati tra il 1947 e il 1951 sulla rivista «Combat», sotto la spinta di Nadeau, Il grado zero della scrittura compare nelle librerie francesi nel 1953.

«Mi ricordo che una sera, quando ormai era sicuro che il Grado Zero sarebbe stato pubblicato da Seuil, camminando lungo il boulevard Saint-Michel arrossii da solo al pensiero che il libro non potesse più tornare indietro. Questo sentimento di panico mi prende ancor oggi, dopo aver scritto certi testi (non parlo neanche della mia ripugnanza, che è in fin dei conti una paura, a rileggere i miei libri passati): tutto d’un colpo il potere delle parole mi appare esorbitante, la loro responsabilità insostenibile, mi sento troppo debole dinanzi alla mia stessa scrittura»

(Autopresentazione, p. 8)

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In Italia il libro è apparso qualche anno più tardi, nel 1960, presso l’editore Lerici con un’introduzione scritta dallo stesso Barthes per il lettore italiano. Questa introduzione non verrà riproposta nell’edizione Einaudi del 1982 che, sulla scia dell’edizione francese del 1972, è invece arricchita dai nuovi saggi critici.

Ad aprire il volume è la domanda «Che cos’è la scrittura?», prima di provare a definire questo termine Barthes avanza una descrizione e un’analisi di altri due concetti fondamentali, quello di lingua e quello di stile. Ci troviamo di fronte a una tripartizione che metodologicamente si rivela utile per mettere in evidenza i rapporti e le relazioni che si determinano all’interno di questi tre piani del linguaggio letterario:

«tentavo allora di distinguere nel linguaggio scritto tre piani: della lingua, dello stile e infine della scrittura, a cui devolvevo il compito politico e di cui feci lo strumento proprio della responsabilità letteraria»

(E oggi?, introduzione a Il grado zero della scrittura, p. 15)

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La scrittura è per Barthes ciò che lega lo scrittore alla sua società, laddove invece la lingua si definisce come «un corpus di prescrizioni e di abitudini comuni a tutti gli scrittori di una stessa epoca» e lo stile è invece strettamente connesso alla soggettività o per dirla con le parole di Barthes a quello che è il corpo dello scrittore, «è la voce decorativa di una carne sconosciuta e segreta». Così se la lingua è come una Natura e lo stile va visto come un’appropriazione soggettiva della lingua, la scrittura assume invece il ruolo di una vera e propria funzione, di un rapporto “tra la creazione e la società”, essa è qualcosa che sta al di là del linguaggio laddove lingua e stile si situano al di qua dell’atto di scrivere.

Ricorda Barthes come le «scritture possibili di un dato scrittore si definiscono sotto la pressione della storia e della tradizione». E così nella Francia, tra il ’600 e il 1848 la scrittura dominante è omologata alla società borghese.

«la società francese nell’intero periodo in cui l’ideologia borghese ha progredito e trionfato ha avuto a disposizione una scrittura unica, strumentale e insieme ornamentale»

(Il grado zero della scrittura p. 42)

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Tuttavia già dal 1848, una serie di cambiamenti economici, sociali e politici introducono nuove ideologie e dunque nuove scritture. Ma non sarà certo il realismo letterario con la sua portata di artificialità e costruzione a convincere Barthes, sono piuttosto le opere di Flaubert con il suo incessante procedere da vero e proprio artigiano dello stile o ancora le opere di Mallarmé, Rimbaud e di Queneau che introducono dei momenti di rottura ed esprimono nella loro intenzionalità un tentativo di affermazione di libertà, distaccandosi dal già detto e dunque dalla tradizione ma che al contempo, nel loro venire alla luce, si confrontano inevitabilmente con la Storia. Queste scritture nel tentativo di svincolarsi dalle forme letterarie del proprio tempo rischiano di risultare anacronistiche o come Barthes stesso afferma “già passate di moda”. «Come Libertà, la scrittura è dunque appena un momento. Ma questo momento è tra i più espliciti della Storia, poiché la Storia è sempre prima di tutto una scelta e i limiti di questa scelta».

(Il grado zero della scrittura p.14)

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Se da un lato Barthes si sofferma sulla moltiplicazione delle scritture dall’altro pone la sua attenzione ai processi di liberazione del linguaggio letterario e introduce l’idea di un grado zero.

A questo proposito l’esempio che si rivela essenziale è quello offerto dallo Straniero di Camus. La scrittura al grado zero è indicativa, amodale, basica, «lontana dal linguaggio parlato e da quello letterario propriamente detto», una scrittura «dove i caratteri sociali o mitici di un linguaggio si annullano a vantaggio di uno stato neutro o inerte della forma». Siamo di fronte a un’utopia, una provocazione con la quale Barthes elabora la sua mitologia letteraria e svela l’insistente sopravvivenza di quella scrittura borghese in un’epoca che non lo è più. L’utopia del grado zero si caratterizza come una vera e propria liberazione del linguaggio, dalle sue strutture fisse dalle forme che ieri erano della scritture borghese e oggi? Non ci resta che chiudere con le parole dello stesso Barthes:

«La moltiplicazione delle scritture istituisce una letteratura nuova nella misura in cui questa inventi il proprio linguaggio solo per proiettarlo nel futuro: la Letteratura diventa l’utopia del linguaggio».

(Il grado zero della scrittura p.64)

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Quello del Grado Zero è anche un dialogo che Barthes in parte costruisce con il Sartre di Che cos’è la letteratura?, le due opere diverse nei toni e nell’impostazione se messe in relazione offrono nuovi spunti di riflessione ma su questo ne discuteremo in un altro post di Bar Barthes.

Bar Barthes, di Marco Mondino

3: Lingua, stile, scrittura

1: Linee programmatiche

2: Linee biografiche

3: Lingua, stile, scrittura

4: Dieci ragioni per scrivere

5: Il fibroso

6: Emicranie

7.1: Imitazioni

7.2: Pittura, scrittura, cucina

8: La scrittura del visibile

9: Barthes recita!

10: Scrivere

11: L’occhio inesperto

12: Barthes il centenario

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Bar Barthes, di Marco Mondino

Un tentativo di esplorare con cura il pensiero di Roland Barthes attaverso i suoi libri, condotto attraverso lo sguardo attento e interrogante di chi si accosta a Barthes decenni dopo la scrittura delle sue opere. Marco Mondino apre il suo Bar su FN, con un gesto ambizioso e pacato, che vuole dar conto di tutti i testi di Barthes pubblicati in Italia -presentati, nelle illustrazioni, nelle loro prime edizioni-, uno per uno, cronologicamente; ai post monografici se ne affiancheranno altri, più mossi, inaspettati, d’occasione. Concluso, con la pubblicazione degli inediti più personali, il tempo presente di un autore che ha segnato profondamente almeno tre decenni del pensiero culturale, il Bar Barthes si propone di inziarne una rilettura, informativa, puntuale, divertita. 

 

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