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ROLAND BARTHES e l’Encyclopédie.

Roland Barthes

Barthes di Roland Barthes, 2

Bar Barthes, di Marco Mondino

-gli oggetti, le immagini

5: Il fibroso

«C’è una profondità nell’immagine enciclopedica che è quella del tempo che trasforma l’oggetto in mito»

(Roland Barthes, Le tavole dell’Encyclopédie, p. 98)

Nella pagine finali del libro Barthes di Roland Barthes il corpo torna protagonista, spogliato nella sua essenzialità e rappresentato attraverso una delle tavole dell’Encyclopédie. Una breve didascalia accompagna l’immagine:

«Scrivere il corpo | Né la pelle, né i muscoli, né le ossa | né i nervi, ma il resto: un “es” balordo, fibroso, | spelacchiato, sfilacciato, la palandrana di un clown.»

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Undici anni prima della pubblicazione di questo libro Barthes si era soffermato sulle tavole dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert in un breve scritto del 1964. E commentando una delle tavole anatomiche scrive:

«Guardate la stupenda immagine dell’uomo ridotto al suo sistema di vene; l’audacia anatomica raggiunge qui la grande interpretazione poetica e filosofica: che cos’è? Che nome dargli? Come dargli un nome? Mille nomi sorgono, si sostituiscono l’uno all’altro: un albero, un orso, un mostro, una capigliatura, una stoffa, tutto quello che va al di là della silhoutte umana, la dilata, l’attira, verso regioni lontane da lei, le fa varcare le divisioni della natura; […] davanti all’uomo dell’Encyclopédie si è costretti a dire il fibroso»

(Le tavole dell’Encyclopédie, p. 98)

L’immagine anatomica sembra essersi imposta nell’immaginario barthesiano diventando un elemento di richiamo nei suoi scritti. Nel saggio Le tavole dell’Encyclopédie pubblicato nell’edizione Einaudi del Grado zero della scrittura Barthes avvia un’interpretazione dell’iconografia dell’Encyclopédie sottolineandone la natura poetica al di là di quella semplicemente didascalica: «non c’è una sola planche la quale non vibri al di là del suo scopo dimostrativo». Questo breve scritto è denso di contenuti e alla riflessione sull’immagine enciclopedica si aggiunge quella sugli oggetti. Se nei Miti d’oggi bistecche e patatine o, ancora, la Citroën DS erano stati oggetti d’analisi, negli anni ’60 l’attenzione di Barthes si focalizza anche sulla Torre Eiffel e sull’automobile, fino ad arrivare allo scritto sulla Semantica dell’oggetto.

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Le tavole dell’Encyclopédie sembrano praticare per Barthes una vera e propria filosofia dell’oggetto e si caratterizzano come le antenate delle cosiddette esposizioni universali che a partire dalla metà dell’800 animeranno le grandi città europee destando il fascino e imprimendosi nella memoria di autori come Baudelaire e Benjamin.

L’oggetto enciclopedico viene catturato dall’immagine lungo tre livelli: quello analogico, dove appare isolato da qualsiasi contesto; quello aneddotico, dove è riprodotto in una scena vivente -siamo davanti a un oggetto colto in situazione, nel suo contesto produttivo; e infine quello che Barthes definisce livello genetico, e si ha quando l’immagine ci mostra il suo percorso dalla «materia bruta all’oggetto finito».

Così la disposizione delle immagini nelle tavole enciclopediche dà vita a una narrazione a cui è possibile concedere una doppia lettura. Se leggiamo la tavola dal basso verso l’alto si rivive il percorso «epico» dell’oggetto, si va «dalla natura alla società», se invece leggiamo l’immagine dall’alto verso il basso si «discende progressivamente alle cause, ai materiali, agli elementi primi».

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Ma Barthes fa di più e si sofferma anche sull’inaspettato, sull’inatteso, insistendo su una poeticità intrinseca all’immagine enciclopedica che ora deforma, ora ci fa vedere ad esempio un corpo umano costituito da elementi della natura.

Le tavole dell’Encyclopédie rivelano dimensioni diverse, frammentano, sezionano, operano spostamenti metaforici, ingrandiscono e rimpiccioliscono. E dall’ingrandimento possono venire fuori nuove forme che acquisiscono caratteri anche mostruosi. Così una pulce vista al microscopio può diventare un mostro orribile e, ancora, possiamo andare incontro a mostri anatomici o surrealisti. Si determina quindi una sproporzione, una lettura a più livelli che dice sempre «qualcosa d’altro». Così ricorda Barthes:

«spostando i livelli della percezione, svelando il celato, isolando gli elementi dal loro contesto, dando agli oggetti un’essenza astratta, in breve “aprendo” la natura, l’immagine enciclopedica non può a un certo punto che scavalcarla, raggiungere una sovranatura: è a forza di didattismo che emerge qui un surrealismo smarrito».

Il saggio a cui si fa riferimento è

Image, raison, déraison, in L’Univers de
l’Encyclopédie, Libraires associés, vol. I, 1964.

La versione italiana è inclusa in Il
Grado zero della scrittura, Einaudi (1982, poi 2003).

Bar Barthes, di Marco Mondino

-gli oggetti, le immagini

5: Il fibroso

1: Linee programmatiche

2: Linee biografiche

3: Lingua, stile, scrittura

4: Dieci ragioni per scrivere

5: Il fibroso

6: Emicranie

7.1: Imitazioni

7.2: Pittura, scrittura, cucina

8: La scrittura del visibile

9: Barthes recita!

10: Scrivere

11: L’occhio inesperto

12: Barthes il centenario

Barthes di Roland Barthes, 3

Bar Barthes, di Marco Mondino

Un tentativo di esplorare con cura il pensiero di Roland Barthes attaverso i suoi libri, condotto attraverso lo sguardo attento e interrogante di chi si accosta a Barthes decenni dopo la scrittura delle sue opere. Marco Mondino apre il suo Bar su FN, con un gesto ambizioso e pacato, che vuole dar conto di tutti i testi di Barthes pubblicati in Italia -presentati, nelle illustrazioni, nelle loro prime edizioni-, uno per uno, cronologicamente; ai post monografici se ne affiancheranno altri, più mossi, inaspettati, d’occasione. Concluso, con la pubblicazione degli inediti più personali, il tempo presente di un autore che ha segnato profondamente almeno tre decenni del pensiero culturale, il Bar Barthes si propone di inziarne una rilettura, informativa, puntuale, divertita. 

 

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