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Prigioni e Paradisi, di COLETTE / Del Vecchio editore 2012. FUORISEDE, di Mariolina Bertini: 10

Prigioni e paradisi, di Colette

Fuorisede, di Mariolina Bertini

10: Le forbici di Colette

con un ritratto di copertina di Paola Monasterolo

Colette è un po’ come la gattina Saha, che in uno dei suoi più bei racconti vola giù da un altissimo balcone –spinta  dalla rabbia gelosa della sua padrona-  e si rialza come niente fosse, soltanto con le zampe leggermente umide dell’unico sudore che conoscano i gatti, quello della paura.  

Saha rischia di sfracellarsi sul selciato, Colette rischia, ogni tanto, l’oblio:  il bel Meridiano del 2000 che raccoglie i suoi romanzi non è più esposto in libreria (quanto avrebbero da imparare le librerie italiane da quelle francesi, dove un’intera parete offre ai lettori tutti i volumi disponibili della Bibliothèque de la Pléiade). Inoltre  l’Adelphi di oggi, ben più condizionata dai dettami del commerciale di quella di trent’anni fa, ristampa con estrema parsimonia i capolavori di cui nel secolo passato ci ha regalato splendide traduzioni

Ma ne ha passate tante, Colette, che ci vuol altro che una breve eclissi editoriale per cancellarla dal nostro orizzonte. È stata ignorata da tutti i maggiori critici del ‘900 che, da Barthes a  Genette, hanno preferito far finta che non fosse mai nata;  i suoi testi, così irriducibili a qualunque ideologia, sono diventati la palestra  favorita della critica femminista americana; le libere passioni della sua vita sono state incasellate e banalizzate da decine di biografie, quasi tutte illustrate dalle stesse fotografie e  improntate agli stessi luoghi comuni datati e fastidiosi.

Eppure basta che arrivi in libreria una raccolta di articoli, che non è certo tra le sue opere più famose, e Colette è di nuovo al centro dell’attenzione.

Non c’è chi non si accorga che nessuno ha mai saputo raccontare come lei i sapori del mondo: dal couscous alla spalla d’agnello glassata, dalle erbe di Provenza il cui fumo è “l’anima incenerita  della foresta”, alla mela cotta “in un nido di cenere calda”. 

Non c’è chi non resti come ipnotizzato davanti agli animali evocati in queste pagine con il ruvido amore di chi conosce a fondo le leggi spietate della loro vita: lucertole che un incontro troppo ravvicinato con la gatta lascia in stato di choc, leoni in cattività che hanno raggiunto con gli anni “una sorta di serenità borghese”,  scoiattoli  addomesticati esitanti tra i piaceri della socievolezza  e l’ebbrezza della libertà. 

Scritti tra il 1912 e il 1932,  i testi di Prigioni e paradisi ci offrono di Colette uno degli autoritratti più compiuti e soddisfacenti. 

Perché  si tratta di un autoritratto  che non ha nulla di intenzionale e di apologetico: lo compongono davanti ai nostri occhi mille frammenti rutilanti come i vetri di un caleidoscopio,  la cui danza imperscrutabile crea e distrugge, uno dopo l’altro, i più suggestivi arabeschi. 

È l’autoritratto del più sfuggente e molteplice degli “io”,  continuamente riplasmato dai suoi rapporti con il mondo, soprattutto con il mondo sensoriale: con la Provenza “spellata” dagli incendi , con  il “reame sotterraneo” della Borgogna vinicola,  con la “luna leggera d’argento un po’ rosato“ delle notti marocchine.

La vecchia edizione dei “Livres de poche” aveva una copertina che mi ha sempre incantata, dell’illustratore André Dignimont: vi si vede  Colette intenta a scrivere,  davanti a una finestra del suo appartamento parigino e a un gran mazzo di fiori. I colori sono  quelli di un acquarello  in cui prevale l’azzurro; è azzurra anche la gattina sdraiata sulla scrivania, che contempla interrogativa  l’inspiegabile occupazione della sua padrona. 

Più spartana, quest’edizione italiana non offre  immagini; offre però una traduzione  amorevole, e uno dei più bei saggi critici  di tutta la storia della fortuna di Colette, la postfazione di Gabriella Bosco

Al centro del saggio, la modernità di Colette, così a lungo invisibile per i pontefici della nouvelle critique e così evidente in queste pagine limpide e concentrate. 

Scavando nella peculiarità dell’autobiografia colettiana –in particolare nel complesso rapporto di Colette con la figura  reinventata della madre Sido-, Gabriella Bosco vi ravvisa una sorta di prefigurazione della più recente autofiction.  

Molto colettianamente, poi, fissa la sua attenzione su un oggetto prosaico e quotidiano: le forbici con le quali Colette, ultimata la stesura del romanzo dedicato alla madre morta, Sido, ritaglia da un abito di lei il pezzo di stoffa in cui rilegherà il proprio manoscritto. 

Affondare le forbici nel vestito della madre: senza questo gesto che sa di profanazione e di violenza, ma che è anche un gesto d’amore, la rievocazione colettiana del passato perderebbe una parte della propria forza.  

Un’altra scrittrice -ci ricorda Bosco- conferirà a un altro paio di forbici lo stesso significato: Nathalie Sarraute che in Infanzia  descriverà una delle sue più antiche e decisive esperienze di conoscenza e di trasgressione, lo sventramento, con le forbici, di un’innocente poltrona sotto gli occhi inorriditi della governante. 

Questa traccia che da Colette porta a Sarraute, mi pare che sinora non l’avesse seguita nessuno.

La disegnano con molta grazia le forbici di Gabriella Bosco, ritagliando nella stoffa della storia letteraria recente un disegno imprevisto e illuminante, un disegno che –per una volta- ci aiuta davvero a capire.

Fuorisede, di Mariolina Bertini

10: Le forbici di Colette

con un ritratto di copertina di Paola Monasterolo

Colette, Prigioni e paradisi, ed. orig. 1932,  traduzione di Angelo Molica Franco, con la collaborazione di Rosalia Botindari,  postfazione di Gabriella Bosco, Del Vecchio, Roma, 2012



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