Non starò a raccontarvi delle storie

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24, la coppa

FN_Summer_love_2Notre P. C.”. Non ho alcuna idea di cosa voglia dire.

Sono le iniziali del nome? Mi sembra davvero improbabile, il pronome “Notre” a chi si riferirebbe allora? Se “Nous” non possono che essere loro, il bruno e il biondo, “Notre” non può che essere una cosa che appartiene loro, se “Notre” si riferisce al biondo bisogna immaginare che il biondo possa essere di altri oltre che del bruno, amico d’un gruppo d’amici, sodale d’un gruppo vacanziero, e “Notre” sarebbe allora l’album intero, “Eux” i destinatari. Ma niente nell’album sinora lascia formulare una simile ipotesi.

 

Una sigla: di cosa? Non lo so, i dizionari francesi non mi vengono in aiuto, la didascalia mi interroga muta nella sua certezza che non v’era spiegazione necessaria a darsi. Non v’era alcun dubbio che chi avrebbe letto –il bruno, il biondo, domani, fra decine d’anni- avrebbe capito. Non è un codice, non è un tacere, semplicemente è una comunicazione che esclude ogni destinatario che non sia chi scrive perché non lo calcola in nessun modo.

 

Naturalmente può invece darsi che P. C. all’epoca, in francese, in belgio, volesse significare una cosa evidente, come noi, appunto, scrivessimo PC, senza certo preoccuparci se fra cinquant’anni qualcuno mai conserverà traccia di quel che vuol dire per noi. Può darsi. Non lo so.

 

È questa la prima fotografia dell’album scattata in un interno. Dovremmo essere ancora a Bohan, come l’anno prima. L’incertezza è perché le ultime tre fotografie della pagina hanno indicata nella didascalia Oostduinkerke, e per quanto l’ordine delle cose qui non sia precisissimo tutto fa pensare che solo quelle tre siano state scattate lì, il mese dopo, come indicato.

 

Dov’è il biondo allora?

La scrivania, stranamente rivolta verso il centro stanza (il ritratto incorniciato lo indica), la vetrina coi libri e alcuni oggetti sulla destra, la lampada scintillante di vetri, il divano fiorato su cui il biondo siede a leggere, il mazzo di fiori -iris, calle e delle foglie che non so riconoscere, in straordinaria tripla giostra, come le ballerine dei musical americani, come gli struzzi e gli ippopotami di Fantasia- e il biondo, così a casa.

 

Sono a casa? Hanno una casa a Bohan?

Non sembrano gli spazi comuni di una pensione, o forse sì, come quelli che ora si chiamano B&B e allora affittacamere, che affittavano anche solo una, due stanze, a clienti colti e con qualche mezzo, in un decoro di arredi eleganti.

Forse sì, questo spiegherebbe i fiori e il ritratto messi in quel modo. “Notre” si riferisce allora al luogo?

 

Chi ha scattato la foto –il bruno- sembra però essere interessato soltanto al biondo, al suo sguardo serenamente sorpreso, al momento di calma che li ospita entrambi e compone la fotografia ponendolo al centro senza incertezze e riducendo, come sempre, l’intorno a decoro; il mazzo di fiori, la lampada e il divano sono piante e alberi delle colline intorno, il tavolo e la vetrina rocce aspre che proteggono il cavaliere; fra le fronde il mio amore riposa | il suo capo, chiaro di grano al tramonto, solleva al guardarmi | lasciami restare ancora un istante | ch’io possa berne per sempre.

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